Un Natale lungo un inverno

Vita svedese

C’è un momento, in Italia, subito dopo l’Epifania, in cui scatta un riflesso pavloviano collettivo:  “Via tutto”. Albero smontato, lucine arrotolate con una certa aggressività, presepe sparito come se non fosse mai esistito.
Il 7 gennaio il Natale, da noi, è ufficialmente finito e continuare a celebrarlo è visto con sospetto, quasi fosse una debolezza emotiva.
Poi c’è la Svezia.
E poi ci sono io, in mezzo.
Con l’albero ancora montato. Il mio albero e il senso di colpa mediterraneo
Ammettiamolo: ogni mattina lo guardo e provo una strana sensazione. Da una parte c’è l’italiana che è in me, che sente una vocina insistente dire: “Ma non è ora di toglierlo?”
“Che figura fai?” “Il Natale è finito, accetta la realtà.”
Dall’altra parte c’è la Svezia che mi sussurra con calma nordica:
“Ma dove devi andare?” “Fa buio.” “Accendi una luce in più.”
Ed è lì che nasce il conflitto interiore: tra l’educazione natalizia italiana, fatta di date precise e regole non scritte, e quella svedese, molto più indulgente, luminosa e… terapeutica.
In Svezia le luci non decorano: salvano l’umore.
Perché in Svezia le luci natalizie non restano accese: si stabiliscono. Le trovi ancora alle
finestre a fine gennaio, a febbraio, talvolta anche a marzo, quando l’italiano medio ha già
metabolizzato il panettone e rimosso ogni traccia emotiva delle feste.
Qui non è pigrizia. È sopravvivenza.
Quando il sole compare per poche ore e poi sparisce come se avesse altri impegni, spegnere anche le luci di casa sembra quasi una cattiveria gratuita.
E allora il mio albero resta. Non per spirito natalizio estremo, ma perché fa compagnia. Perché illumina. Perché, diciamolo, toglierlo significherebbe ammettere che l’inverno è appena cominciato.
In Italia, invece, il Natale ha una scadenza
Noi italiani amiamo il Natale, ma entro i limiti di legge. Dopo l’Epifania, gli addobbi iniziano a sembrare fuori posto. Tenerli troppo a lungo genera commenti, sguardi giudicanti e una vaga sensazione di fallimento personale.
In Svezia no. Qui nessuno ti chiede perché hai ancora l’albero. Anzi, se non hai almeno una stella luminosa alla finestra, qualcuno potrebbe preoccuparsi per il tuo benessere psicologico. Addobbi sì, ma con filosofia nordica
C’è anche il colpo di genio linguistico: molte luci svedesi non vengono nemmeno chiamate
“natalizie”. Sono semplicemente luci d’inverno. Così non devono mai andarsene davvero. È un Natale che cambia nome, si mimetizza e resiste.
In Italia, invece, chiamiamo tutto col suo nome. E se è Natale, allora deve finire. Punto.
Io, l’albero e la mediazione culturale
Così resto lì, combattuta:  con un piede nell’efficienza italiana che dice “smonta tutto”,
e l’altro nella saggezza svedese che risponde “lascia stare, accendi”.
E mentre faccio queste elucubrazioni di altissimo spessore sociologico (!), parlando con
un’amica, scopro che, diversamente da quanto credevo (e da quanto mi avevano fatto credere i miei vicini di casa svedesi e- evidentemente – pigri come me) gli alberi svedesi vengono smontati entro il 13 gennaio con una festa chiamata Tjugondag Knut, dove si offrono dolci ai bambini con i quali si balla intorno all’albero da smantellare.

Il mio intento di lasciare l’albero è svanito e mi arrendo: toglierò subito i miei bellissimi addobbi e l’albero.
Lascerò le lucine intorno a casa e le stelle alle finestre, per adattamento culturale.

O almeno così mi giustifico.
Perché mentre in Italia si archivia il Natale, qui lo si diluisce.
… E forse, in fondo, un po’ di luce in più non ha mai fatto male a nessuno.

Marilinda Landonio

(immagine creata con AI)