C’è un momento dell’anno in cui l’umanità intera – o almeno la sua parte che vive alle nostre latitudini – si sveglia con la vaga sensazione che qualcuno abbia spostato le lancette dell’universo durante la notte. Non un ladro qualunque, ma un tipo meticoloso, con una chiave inglese cosmica, che entra in punta di piedi e decide: “Da domani si dorme un’ora in meno. Cordiali saluti.”
È il cambio dell’ora legale, quella tradizione semiseria che ogni anno promette risparmio energetico, giornate più lunghe e una vaga illusione di controllo sul tempo. E invece produce soprattutto una cosa: confusione. Una confusione elegante, quasi poetica, ma pur sempre confusione.
All’improvviso, alle sette di sera il sole (quando c’è, perché comunque è marzo, non dimentichimolo…) è ancora lì, bello alto, come se avesse deciso di fare straordinari senza consultare nessuno. Tu guardi l’orologio, poi guardi fuori dalla finestra, poi di nuovo l’orologio. Il cervello manda un messaggio di errore: “Non può essere sera, c’è troppa luce. Forse è successo qualcosa al pianeta.”
E poi ti ritrovi a guardare con curiosità e rimprovero la tua cagnolina che si lamenta e fa avanti e indietro alla sua ciotola, e realizzi che non è lei a sbagliare, ma tu, che sei già in ritardo di quasi un’ora sulla “pappa-time”!
E così ci ritroviamo a cenare con la stessa luminosità con cui normalmente si annaffiano le piante. I bambini non vogliono andare a dormire perché, obiettivamente, hanno ragione: chi è quel genitore che pretende la buonanotte mentre fuori sembra ancora pomeriggio? Anche gli adulti, se potessero, protesterebbero formalmente: “Mi rifiuto di andare a letto con il sole che mi guarda.”
La cosa più affascinante è che il nostro senso del tempo, che di solito si atteggia a meccanismo preciso e affidabile, in questi giorni si scioglie come gelato al sole. Si arriva al lavoro convinti di essere in anticipo e si scopre di essere in ritardo. Si prepara il pranzo quando in realtà è ancora colazione. Si ha fame alle dieci del mattino (non è il mio caso: io ho fame SEMPRE) e sonno alle quattro del pomeriggio, come se il corpo avesse deciso di scioperare contro il calendario ufficiale.
E poi ci sono gli imprevisti tecnologici, quei piccoli drammi domestici che nascono dal fatto che metà degli oggetti in casa capisce il cambio d’ora e l’altra metà no. Il forno segna un’ora, la macchina un’altra, il telefono una terza – e tutti sono convinti di avere ragione. Si vive per qualche giorno in una specie di fuso orario personale, una dimensione parallela dove il tempo è un’opinione.
Ma, nonostante tutto, c’è anche qualcosa di teneramente divertente in questo caos stagionale. È come se, per qualche giorno, fossimo tutti un po’ disorientati insieme, complici di un piccolo esperimento collettivo. Ci lamentiamo, sbadigliamo, facciamo battute sull’ora legale… e intanto usciamo la sera con quella luce lunga e dorata che fa sembrare la giornata più generosa, quasi indulgente.
In fondo, il cambio dell’ora è un promemoria gentile: il tempo non è così rigido come crediamo. Basta spostare una lancetta di sessanta minuti per mandare in tilt abitudini, appetito e senso dell’orientamento. E mentre il sole se ne sta lì, ostinatamente alto alle sette di sera, noi impariamo di nuovo – con un sorriso un po’ assonnato – che la puntualità è una convenzione, ma la confusione è universale.
E non oso pensare a quando le giornate, qui in Svezia, saranno lunghe, infinitamente lunghe, col sole alle 3 di notte e fino a mezzanotte… vorra dire che ne scriverò anche per quello!
Marilinda Landonio
(immagine creata con AI)

