Nämndeman. Traducibile in italiano come uomini nominati. Ma chi sono? Cosa rappresentano? Confesso che lo ignoravo fino a pochi giorni fa.

L’altro giorno in televisione ho visto un programma sui nämndeman e questo ha aperto una finestra sul loro mondo, che affonda le sue radici in un passato molto antico.
I nämndeman sono una delle istituzioni più antiche del sistema giuridico svedese. Nel Medioevo, quando vi era una disputa, gli anziani di un villaggio potevano nominare, per quell’occasione, dodici persone, i nämndeman, che avrebbero espresso il loro giudizio sulla controversia.
Da occasionale, la loro presenza divenne permanente come giudici laici, finché, alla fine del Seicento, con l’introduzione della figura dei giudici professionisti, la loro influenza diminuì, senza però scomparire, grazie alla loro conoscenza delle realtà locali. Tanto che esistono ancora oggi.

Nei tribunali di primo grado siedono un giudice professionista e tre nämndeman, mentre nelle corti d’appello la composizione è di tre giudici professionisti e due nämndeman. Nelle votazioni, il voto dei nämndemän vale quanto quello del giudice professionista.

Il punto critico è che il reclutamento avviene tramite i partiti politici rappresentati nei consigli comunali. Per questo motivo, la maggior parte dei nämndeman è iscritta a un partito e, anche se deve giudicare in maniera apolitica, il rischio di un condizionamento è evidente. Secondo alcuni, questo sistema impedisce una piena separazione tra potere giudiziario e potere politico.

I nämndeman non hanno una preparazione giuridica specifica e restano in carica quattro anni. Devono essere cittadini svedesi e risiedere nel distretto in cui si svolge il processo. Sono figure radicate nella comunità, che garantiscono che la giustizia rifletta anche il senso comune della società. L’idea di fondo è che la legge non debba essere affidata esclusivamente ai tecnici, ma anche a persone di buon senso.

E in Italia? Un po’ diverso.
I cittadini comuni partecipano all’amministrazione della giustizia solo nella Corte d’Assise, che giudica i reati più gravi (omicidio, strage, ecc.). La Corte è composta da due giudici togati e sei giudici popolari e il voto degli uni e degli altri ha lo stesso valore. Tuttavia, i giudici popolari votano prima dei giudici togati, per evitare di esserne influenzati.
I giudici popolari devono avere un’età compresa tra i 30 e i 65 anni, essere in possesso della licenza media (o del diploma, nel caso della Corte d’Assise d’appello), godere dei diritti civili e politici e non essere magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, militari o ministri di culto.
La partecipazione è obbligatoria. I giudici popolari sono estratti a sorte, giudicano casi specifici e, terminato il loro compito, tornano alla loro vita normale. Per tutto il resto, la giustizia italiana è affidata esclusivamente ai magistrati professionisti.
Anche in Italia non mancano le critiche, perché i giudici popolari, privi di formazione giuridica, possono essere influenzati emotivamente nei casi più drammatici.

I due sistemi sono criticabili e, infatti, sono oggetto di critiche. Il dibattito di fondo, però, è lo stesso in entrambi i casi: quanto può e quanto deve partecipare il cittadino comune all’esercizio della giustizia e in quale maniera.

Massimo Apolloni

(immagine generata con AI)