L’attuale mutamento metereologico della Svezia e il ricordo delle gelide giornate invernali di un tempo

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Pubblico questo articolo dedicandolo agli italiani arrivati in Svezia dopo gli anni Ottanta del secolo scorso perchè si rendano conto di come si viveva in queste latitudini prima di allora, quando gran parte del mare Baltico e del mare del Nord  era ghiacciato e per arrivare da Copenaghen a Malmö bisognava fare la trasversata a bordo di traghetti rompighiaccio. Durante l’inverno del ventesimo secolo si poteva pattinare sul ghiaccio a Nybroviken, ad Edsvikensjön, e su tutto il Mälaren e tra le isole dell’arcipelago di Stoccolma..

 Ma forse è più importante far leggere ai lettori ciò che scrivevano gli scrittori dell’epoca in merito alle condizioni degli italiani della Svezia nel secoli passati. Le stagioni estive erano nella maggior parte dei casi piovose, quasi sempre in luglio, quando gli svedesi gremivamo le spiagge del Mediterraneo e solo in questi ultimi anni si sono verificati cambiamenti atmosferici di rilievo, ma non come è accaduto quest’anno con temperture esive a parire da maggio.

 Intanti giova stabilire questo: che l’Italia non ha, mai, avuto un’esatta conoscenza della Svezia propriamente detta. Durante lo stes­so sec. XVI – che fu, appunto, il periodo in cui le relazioni tra la Svezia e l’Italia si fecero più frequenti – questa conoscenza era addirittura trascurabile.

 Enrico Falqui, nell’introduzione al Viaggio settentrionale di Fran­ce­sco Negri edito dalla « Alpes » di Milano nella collezione Viaggi e scoperte di navigatori ed esploratori italiani, scrive, a ques­to proposito:

 «Ma fra tanti viaggiatori italiani del ’600 e delle età precedenti, scarsi, se non rari, da contarsi sulle dita, furon quelli che si spinsero fino alle regioni settentrionali, vuoi per la miseria degli scambi ivi possibili, vuoi pel rigore del clima e l’assoluta disparità di consue­tudini, secondo almeno era dato immaginare col poco sussidio di cogni­zio­ni esistenti. E a dimostrar vera l’ignoranza nella quale gia­ce­vano, quasi sprofondati e perduti, quei remotissimi paesi, basterà ram­men­tare che nella seconda metà del secolo XV le carte nautiche continuavano a segnare la Gothia o Svezia come un’isola e il Planisferio in foglio inembranaceo (1452) di Giovanni Leardo Veneziano recava al nord la scritta « Dexerto deshabitato pel freddo » e all’est: « paradiso terrestre » non solo, ma fino verso il 1600 la Nor­vegia continuò ad esser riprodotta dai geografi italiani in maniera assai poco perfetta. Ad esempio, nelle carte nau­tiche di Girolamo Costo, genovese e del veneziano Antonio Mil­lo, per quanto la seconda accusi maggior cura. Si rimaneva, insom­ma, ben lontani dall’esattezza del profilo contenuto nella mappa dei fratelli Zeno, morti nel primo decennio del ’400, ma pubblicata e – con molta probabilità disegnata – da un loro tardo pronipote, nel 1558, in Venezia. Profilo che non si discosta molto dalle forme rea­li di quei continenti offerteci dalle carte moderne e comunque più per­fet­to delle scandinave stesse, apparse dopo parecchio tem­po».

 Fra gli italiani, – dunque – pochissimi, fino al 1600 avevano toccato la penisola scandinava.

 In alcune carte di Andrea Bianco – anche egli veneziano – eseguite nel 1436 e pubblicate dal conte Francesco Miniscalchi-Erizzo l’isola di Gotland è chiamata «Codladie» e sono segnati alcuni luoghi della costa norvegese e svedese con nomi tanto strani che, oggi, sarebbe difficile conoscere a quali possano corrispondere. Il Bullo scrive, a questo proposito:

 « I portolani erano eseguiti allora sulla indicazione dei naviganti, i quali, poco pratici delle lingue, storpiavano i nomi che venivano scritti secondo una pronuncia storpiata e con piu storpiata ortogra­fia. Uno dei nomi, per esempio, che più s’avvicina al vero è « Tron­do » che vuol dire Trondhjem! Ed anche la Chiesa contorceva i nomi dei paesi latinizzandoli in forme strane come appunto l’arcivescovo di Trondhjem era detto Trundunensis, ed è dei migliori! ».

Queste carte di Andrea Bianco furono eseguite poco dopo il ritor­no degli Zeno e più di un secolo prima di quella data alla luce dal loro pronipote.

Gli Zeno – Niccolò ed Antonio – furon dunque quelli che portarono le maggiori notizie di questi lontani paesi per quanto, come essi stessi narrano, non penetrassero nella Svezia, ma toccas­se­ro soltanto la Norvegia. E poi, altre notizie, assai più precise e più chiare furon portate da Marco Piero Querini la cui narrazione è, certamente, uno dei documenti più impressionanti che esista e che, ancora oggi, si legge con vivace curiosità. Non si pensava, davvero, di andare – allora – nella penisola scandinava.  

Del resto basta pensare alla difficoltà delle comunicazioni invernali per avere una idea di quello che doveva essere un viaggio lassù a quell’epoca. Oggi, la Svezia possiede una decina di rompi­ghiaccio che navigano il Baltico e mantengono accessibili i porti alla navigazione stessa.  

Esistono, poi, navi traghetto rompighiaccio per il servizio tra la Svezia e la Germania[1], nonchè rimorchiatori e navi da carico rom­pi­ghiaccio.  

Pietro Picotti così parla della Svezia invernale:  

« Il porto di Stoccolma è sempre gelato d’inverno, ma viene sem­pre tenuto accessibile; anzi accade spesso che, essendo chiuso Helsinki, come pure Leningrado (nonostante i potenti rompi­ghiac­cio che possiedono i russi) le navi provenienti dal sud, raggiungono la Finlandia ad Åbo, attraversando da sud a nord l’arcipelago di Stoccolma, anzichè navigare nel Baltico aperto. Il golfo di Botnia dopo il mese di gennaio, è di regola chiuso, ma accade non di rado che sia chiusa completamente anche la navigazione per il continente. Nel 1929 la Svezia fu separata dal continente per sei settimane e solo un prodigio di aeronavigazione artica, organizzato per conto delle poste svedesi dal capitano Florman, riuscì a tenere il collegamento trasportando posta passeggeri e merci sopra un mare di ghiacci impenetrabili anche ai più forti rompighiaccio ».  

Oltre a ciò, anche quando per venire in Scandinavia si doveva aspettare l’apertura primaverile della navigazione, il viaggio era sempre molto pericoloso.  

L’ambascieria di Pontus de la Gardie – come racconta Liisi Karttnunen nel suo libro sul Possevino – fece naufragio il 24 ottobre 1576 presso Bornholm e Pietro Fecht, segretario e consigliere del re, che accompagnava Pontus, si affogò. Lo stesso Pontus de la Gardie si salvò a nuoto.  

In questi paraggi la navigazione era, allora, molto pericolosa: già nel 1573 un altro ambasciatore del re di Svezia, il belga Petrus Rosinus, aveva fatto naufragio, salvandosi, nello stesso posto dove più tardi, era perito Fecht.
Fonte  “ITALIANI NELLA SVEZIA” di Salvatore Sibilia  (1938)                                                     

A cura di Angelo Tajani


[1] Attualmente vi sono traghetti che collegano la Svezia anche con la Polonia (Ndr).