Roma, 2 nov. (askanews) – È morto Giovanni Galeone, aveva 84 anni. Era ricoverato in ospedale a Udine. Era malato da tempo. Da allenatore ha conquistato quattro promozioni: due a Pescara (1986-87 e 1991-92), una a Udine e una a Perugia. Ha allenato anche Napoli, Como, Spal. Il suo 4-3-3 è stato un modello per tanti. Si è ritirato nel 2013. A Pescara è leggenda, basti pensare che la stazione dei treni fu inaugurata alla sua presenza. Ha avuto rapporti burrascosi con i suoi presidenti: grande freddezza con Scibilia e molto teso con Gaucci. È stato il maestro di Massimiliano Allegri. Giovanni Galeone nasce a Napoli il 25 gennaio 1941. La sua storia nel calcio comincia da giocatore, ruolo di centrocampista, con una carriera che lo porta a indossare diverse maglie tra Serie B e Serie C, ma è da allenatore che diventa un nome riconoscibile, amato e discusso. Dopo il ritiro, muove i primi passi in panchina nelle categorie minori, tra Adriese e Pordenone, prima di approdare al settore giovanile dell’Udinese. Da lì parte una lunga avventura fatta di idee, di calcio propositivo e di una certa insofferenza verso i compromessi. Galeone diventa il simbolo di un modo di intendere il calcio come espressione di libertà: il pallone deve girare, la squadra deve attaccare, il gioco deve essere pensato ma anche coraggioso. Le sue stagioni più memorabili sono quelle a Pescara, dove conquista due promozioni in Serie A e regala alla città abruzzese anni di entusiasmo e spettacolo. Quel Pescara, con giocatori come Junior, Pagano, Gasperini e Allegri, è ricordato come una delle formazioni più belle e visionarie mai viste fuori dalle grandi piazze. Galeone non si accontentava del risultato: voleva che le sue squadre giocassero un calcio che divertisse, che sorprendesse, che avesse personalità. Ha allenato anche l’Udinese, il Perugia, il Napoli e l’Ancona, ma ovunque è passato ha lasciato un segno più umano che tattico. Era un allenatore anticonformista, capace di affascinare i suoi giocatori con il discorso giusto, di difenderli pubblicamente e di sfidarli in allenamento. Amava la parola più della lavagna, il paradosso più della convenzione. Molti tecnici della generazione successiva lo considerano un maestro. Massimiliano Allegri lo ha spesso definito “il mio riferimento”, Marco Giampaolo e Gian Piero Gasperini ne hanno raccolto l’eredità filosofica più che tattica: la convinzione che il calcio sia un linguaggio, e che la forma conti quanto il risultato. Fu anche un personaggio mediatico, diretto e ironico. Non risparmiava critiche, né alle società né agli allenatori. Le sue battute, spesso fulminanti, hanno attraversato decenni di calcio italiano: “Il portiere è un optional”, diceva sorridendo, per spiegare quanto contasse per lui l’idea di costruire gioco fin dal primo passaggio. Negli ultimi anni aveva continuato a commentare con lucidità il calcio moderno, restando fedele alla sua visione: il gioco come pensiero, come estetica, come rischio. Giovanni Galeone è morto a Udine all’età di 84 anni, lasciando dietro di sé una lezione più che una carriera. Non solo quella di un allenatore, ma di un uomo che ha fatto del calcio una forma di libertà intellettuale.
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